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Colpa medica: cambia ancora la giurisprudenza proprio su un caso oculistico

La responsabilità medica è attualmente uno dei temi più dibattuti all’interno della giurisprudenza. La recente evoluzione ha portato a individuare due tesi contrapposte: da un lato la Corte di Cassazione aveva ribadito che il medico risponde per responsabilità contrattuale, ma dall’altro due sentenze della prima sezione del Tribunale di Milano, immediatamente successive, avevano invece ritenuto di applicare le regole della responsabilità extracontrattuale.  Proprio dal Tribunale di Milano, ma questa volta dalla quinta sezione, giunge una sentenza che confonde ulteriormente le acque, poiché segue l’interpretazione fornita dalla Suprema Corte e si pone pertanto in aperto contrasto con la prima sezione!
La pronuncia riveste particolare interesse, in questa sede, in quanto originata da un caso di ritardo diagnostico di un ascesso corneale che vide coinvolti due oculisti. Il paziente si presentò alle 9.20 al pronto soccorso lamentando fortissimi dolori all’occhio sinistro e disturbi visivi, dichiarando altresì di fare uso di lenti a contatto; lo specialista che lo visitò diagnosticò un “infiltrato corneale centrale”, prescrivendo applicazioni serali di collirio e di pomata oftalmica Pensulvit, fissando la successiva visita di controllo a distanza di quattro giorni. I periti nominati dal giudice hanno tuttavia escluso che vi fossero elementi di colpa professionale nella condotta del medico, poiché la patologia era solo agli esordi e dunque la diagnosi, così come la terapia prescritta, fu corretta in relazione al quadro clinico riscontrato.
Il comportamento del medico, però, è da ritenersi imprudente con riguardo alla prescrizione della visita: “il quadro clinico delle cheratiti microbiche associate all’uso di lenti a contatto è a rapida progressione, e perciò esse rappresentano un’urgenza-emergenza oculistica, potendo evolvere in perforazione con endoftalmite”. Di conseguenza, per il giudicante le linee-guida accreditate consigliano un’attesa di circa 48 ore prima di modificare gli atteggiamenti clinici e terapeutici in caso di inefficacia delle cure inizialmente prescritte, lasso temporale corrispondente alla metà di quello indicato dal medico. Il giudice, tuttavia, ha rilevato che in questo caso non si potrà dare luogo a risarcimento, poiché sul piano causale l’errore del medico non ha spiegato alcun effetto: infatti, la notte stessa, a distanza di nemmeno diciotto ore dalla prima visita, il paziente si ripresentò al pronto soccorso e quindi ricevette tempestivamente nuove cure.
Il medico di turno, però, sbagliò la diagnosi, scambiando il materiale purulento presente nell’occhio del paziente per un residuo di pomata, dimettendolo al termine di una visita durata pochi minuti. Sebbene la situazione clinica si fosse sicuramente aggravata rispetto alla prima valutazione specialistica, la dottoressa non ritenne di dover consigliare una nuova valutazione oculistica. Gli Ausiliari del giudice accertarono che il sanitario non solo ignorò la pericolosità di una cheratite microbica in rapido peggioramento, ma non ebbe nemmeno la cura di interpellare telefonicamente lo specialista oftalmologo di turno.
La sua condotta determinò un ritardo di almeno sedici ore nell’inizio delle cure mirate, che furono poi prestate presso l’Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano il giorno stesso, allorquando venne diagnosticato un “ampio ascesso corneale con perdita di sostanza centrale”.
Il giudice ha quindi accertato che la condotta della dottoressa fosse colposa e per di più ha causato un ritardo nell’inizio delle cure appropriate: per quanto esiguo, detto ritardo ha certamente svolto efficacia causale in relazione alla menomazione dell’integrità psico-fisica residuata a carico dell’attore; per contro, impedisce che alla convenuta possano essere imputate per intero le conseguenze di tale menomazione, tenuto anche conto della gravità della patologia, il cui insorgere non può certamente essere imputabile alla dottoressa.
A commento della sentenza, si vuole evidenziare che il giudice ha ritenuto di inquadrare la responsabilità medica come responsabilità contrattuale; in virtù di ciò sia il nosocomio che il secondo medico rispondono nei confronti del paziente in quanto la loro obbligazione si ritiene nascere dal cd. contatto sociale, il quale fa sorgere, proprio come un contratto, specifici obblighi di comportamento, volti a garantire la tutela degli interessi che sono emersi o sono esposti a pericolo in occasione del contatto stesso.
Avv. Raffaele La Placa